I dialoghi

I lettori li amano e gli autori li odiano: stiamo parlando dei dialoghi, uno degli elementi più complessi all'interno di una storia. 

Dal momento che parte del nostro lavoro è capire quando un dialogo non funziona, in questo modulo mi soffermerò sugli errori principali in cui mi imbatto (quasi) ogni volta in cui correggo un manoscritto. 




Dialoghi "falsi" 


I dialoghi "falsi" sono dei dialoghi in cui due o più personaggi si scambiano informazioni di cui sono già a conoscenza, e questo perché l'autore ha bisogno che le suddette informazioni vengano rivelate al lettore. L'effetto che si ottiene è il classico "As you know, Bob...".

Di conseguenza, possiamo affermare che sono dei dialoghi messi lì giusto perché l'autore: 

a) è decisamente pigro 

b) non si è preso del tempo per progettare il proprio romanzo 

c) entrambe le cose 


Ecco qui un esempio pratico tratto da Dialoghi di Robert McKee: 


John: «Oh mio Dio, cara, da quanto tempo ci conosciamo e ci amiamo, l'un l'altra? Devono essere almeno vent'anni, vero?». 

Jane: «Sì, da quando frequentavamo il college insieme, e la tua confraternita universitaria lanciò l'idea di fare un incontro invitando il Club delle Donne Socialiste. Il vostro alloggio era così lussuoso che noi ragazze povere lo chiamavamo Beta Tau Zeta Milione, Miliardo e Fantastiliardo.» 

John: «Già, ma poi ho perso tutto il mio patrimonio. Comunque, ci siamo messi tutti e due a lavorare duramente, anno dopo anno, per realizzare i nostri sogni. E ce l'abbiamo fatta, non è vero, mia piccola Trotzkista?». 


Proprio come anticipato, questo dialogo risulta falso perché John e Jane stanno parlando di eventi che conoscono benissimo solo per farci sapere che stanno insieme da circa vent'anni, si sono conosciuti al college e hanno dovuto lavorare entrambi molto duramente per realizzare i propri sogni. 

Come ovviare al problema? Essenzialmente, abbiamo quattro modi per farlo. 

1. Nel primo caso, basta semplicemente diluire le informazioni all'interno del testo, così da rilasciarle in modo graduale e naturale nel corso della storia. Infatti, non c'è bisogno di rivelare tutto subito; in casi simili, è necessario rileggere il testo e valutare bene dove (e se) inserirle.

2. Nel secondo caso, possiamo far interagire i personaggi con determinati oggetti in grado di "sbloccare un ricordo". Per esempio, una spilla del Club delle Donne Socialiste; oppure, una loro foto scattata il giorno in cui, grazie al duro lavoro, sono riusciti a comprare la casa in cui abitano ora.
 
In questo modo, eviteremmo di interrompere la narrazione per inserire un dialogo che, con tutta probabilità, non ha niente a che fare con la scena che stanno vivendo. E sì, anche questo è Show, don't tell.

3. Nel terzo caso, possiamo fare affidamento sui pensieri di uno dei due personaggi e, da lì, fare un "tuffo nel passato". Anche qui, però, il più delle volte è necessario comunque far interagire oggetti e personaggi. 

Per esempio, inseriamo una scena in cui John bacia la mano a Jane, e poi inseriamo un pensiero di Jane che ripensa a quando, vent'anni fa, lo fece per la prima volta. A quel punto, è possibile aggiungere le informazioni di cui sopra. 

4. Nel quarto caso, facciamo entrare in scena un terzo personaggio. In questo modo, Jane e John non parlerebbero più tra di loro, quindi, non saremmo davanti a uno scambio di informazioni fine a se stesso. Un semplice personaggio in più è in grado di trasformare un dialogo "falso" in un dialogo verosimile. 





Un altro esempio di dialogo "falso" ce lo fornisce Stephen King all'interno di On Writing. Autobiografia di un mestiere


«Ciao, ex moglie», disse Tom a Doris, vedendola entrare nella stanza.


Qui, abbiamo lo stesso identico problema del dialogo precedente; infatti, sia Tom che Doris sanno benissimo che lei è la sua ex moglie, quindi, che senso avrebbe una battuta del genere? 

King, però, ci fornisce anche un modo per rimediare: 


«Ciao, Doris», disse Tom. Il tono era abbastanza naturale, lo era almeno nelle sue stesse orecchie, ma le dita della mano destra toccarono furtive il punto dove, fino a sei mesi prima, aveva l'anello nuziale.


Qui, come possiamo vedere, grazie allo "Show, don't tell", King è riuscito a informare il lettore senza infastidirlo con delle informazioni buttate lì senza motivo e senza ricorrere a battute scadenti. 




Per concludere, ecco un altro esempio di "dialogo falso" tratto da L'ultimo nemico di Christian Jacq (Mondadori, trad. Francesco Saba Sardi, 1998). 


«Un faraone unito a una grande sposa reale ittita... Non è mostruoso?».
 

«Nient'affatto», replicò Ameni. «Come suggellare in maniera più clamorosa il definitivo avvicinamento tra i due popoli? Se acconsenti a questo matrimonio, lo spettro della guerra si allontanerà per parecchi anni. Ti immagini la festa che celebreranno tuo padre Sethi e tua madre Tuya tra le stelle? E non rievoco il ricordo di Asha, che ha dato la sua vita per costruire una pace duratura.»

«Stai diventando un abilissimo oratore, Ameni.»

«Io non sono che uno scriba di salute fragile e senza molta intelligenza, ma ho l'onore di portare i sandali del signore delle Due Terre, e non mi va l'idea che tornino a essere nuovamente macchiati di sangue.» 

Come accade per i due dialoghi precedenti, anche qui c'è uno scambio di informazioni di cui entrambi i personaggi sono già a conoscenza. Come se non bastasse, però, Ameni, oltre a ricordare a Setau (il personaggio con cui sta parlando) come si chiamano i suoi stessi genitori, ci tiene anche a dare una breve descrizione di sé e del suo stato di salute.





Dialoghi troppo carichi di informazioni


I dialoghi troppo carichi di informazioni sono quei dialoghi in cui i personaggi rivelano al lettore informazioni di cui palesemente non dovrebbero essere a conoscenza

Questo succede quando l'autore dimentica di tenere a mente ciò che sanno i suoi personaggi. 
Cosa significa? Significa che i personaggi non possono saperne quanto l'autore, circa la storia. 

Ci sono informazioni (soprattutto per quanto riguarda l'ambientazione, ma non solo) che, per forza di cose, i personaggi non possono conoscere, motivo per cui l'autore deve essere in grado di fare un passo indietro e non intromettersi nella narrazione. 

Anche qui, Robert McKee, sempre all'interno di Dialoghi, dice la sua: 

"Quando un personaggio, sul palco o dallo schermo, parla degli eventi che lo circondano con una conoscenza dei fatti tanto ampia e profonda che solo l'autore può avere, oppure quando la voce in prima persona del protagonista di un romanzo guarda agli eventi passati con una comprensione chiara e veritiera dei fatti che va oltre la sua esperienza, il lettore può avere la sensazione che l'autore stia suggerendo sottovoce all'orecchio del suo personaggio." 

Hai presente quei libri in cui il protagonista si perde (spesso e volentieri) in lunghi monologhi interiori? Ecco, è in casi simili che, il più delle volte, i dialoghi troppo carichi di informazioni trovano terreno fertile

Dal momento che l'autore tende a lasciarsi andare a righe e righe (se siamo fortunati) di ricordipensieri e riflessioni su praticamente qualsiasi argomento stuzzichi il suo interesse, l'impressione è quella di leggere le pagine di un diario o il post di un blog. Va bene portare il lettore all'interno della mente dei personaggi, ma bisogna fare attenzione a non limitarci a questo. 

Come afferma Donna Levin nel già citato Scrivere un romanzo

"Un personaggio che agisce è quasi sempre meglio di un personaggio che pensa."

Soprattutto, non va fatto l'errore di sfruttare i monologhi interiori per caratterizzare i personaggi, perché, proprio come avviene per gli esempi precedenti, non sarebbe altro che l'ennesimo spiegone. 

Per capire meglio come riconoscere questo tipo di errore, leggi il seguente dialogo: 


Sandra alzò lo sguardo dal cellulare. «Ciao, Maria, non ti avevo vista! Ti trovo in gran forma. Come stai?». 

«Sto benissimo! Da quando faccio yoga e non mangio più carne, la mia vita è cambiata. Non mi capacito di quanta gente la mangi ancora, davvero. Trovo che sia una forma di violenza incredibile uccidere dei poveri animali... E per cosa, poi? Con tutto il cibo che c'è! Ovviamente, sono anche contraria alla caccia. Dovrebbe davvero essere abolita, anche perché qui si tratta di uccidere per il semplice gusto di farlo...».


Quando leggo dialoghi simili, cosa che, ahimè, accade molto spesso, mi sembra quasi di vedere l'autore che spintona il personaggio in questione per prendere parte alla conversazione. 




Dialoghi pieni di cliché 


Come abbiamo già avuto modo di osservare, i cliché regnano sovrani, nella maggior parte delle storie che leggiamo. Questo, però, non è vero solo per la narrazione, ma anche per i nostri cari dialoghi

Frasi come "mi sentivo come un pesce fuor d'acqua" o "gliene ho dette di tutti i colori" sono talmente abusate che, ormai, hanno perso il loro significato, cosa che indebolisce la storia e non favorisce minimamente la caratterizzazione dei vari personaggi. 

Perché, però, così tanti autori continuano a inserirle nei propri testi? Perché rappresentano una scorciatoia, un modo per ottenere un risultato senza troppi sforzi. Purtroppo, però, la realtà è che l'unico risultato che ottengono è quello di aver scritto una storia che avrebbe potuto scrivere chiunque.

Attenzione, quindi, a evitarli il più possibile e a suggerire all'autore di esprimere lo stesso concetto usando termini o espressioni che userebbero solo i suoi personaggi.




Dialoghi forzatamente realistici


Quando si parla di dialoghi, uno dei primissimi consigli che vengono dati riguarda la scrittura di dialoghi verosimili, ma non veri, e il motivo è presto detto: se ascoltiamo uno scambio di battute tra due persone in una qualsiasi circostanza, non è difficile fare caso al massivo utilizzo di termini ed espressioni "ornamentali". 


Guarda questo dialogo: 


«Ciao, Francesca, come stai? Da quant'è che non ci vediamo?», disse Lucia.

«Ciao, Lucia, che bello sentirti! Tutto bene, grazie, tu? Da un sacco di tempo! Come stanno i bambini? E Marco?».

«Stanno tutti benissimo! I bambini sono a scuola e Marco è al lavoro. Comunque, ti ho chiamata perché sto organizzando una cena...». 


Il tema focale della conversazione è il fatto che Lucia ha intenzione di organizzare una cena e invitare Francesca; tutto ciò che viene prima è un goffo tentativo di rendere il dialogo più realistico, ma in realtà non c'è niente di interessante, in un dialogo simile. 

Ci troviamo di fronte a una serie di parole vuote che rischia di far diminuire drasticamente l'attenzione del lettore. Che fare, quindi? L'unica cosa possibile: tagliare senza pietà. 




Dialoghi in cui tutti parlano nello stesso modo


Questo è uno degli errori più difficili da scovare, ma è anche uno dei più gravi, a mio parere. 

Per evitarlo, bisogna partire dal presupposto che due personaggi diametralmente opposti non si esprimeranno mai nella stessa maniera. È importante, quindi, scegliere bene le parole da usare, perché il modo in cui un personaggio si esprime ci rivela tantissimo, sul suo conto. 

vocaboli che utilizza, infatti, ci danno numerose informazioni sulle sue origini, sulla sua istruzione, sulla sua personalità e sul suo modo di vedere il mondo, tra le altre cose. È poco verosimile che un avvocato si esprima nello stesso modo in cui si esprime un contadino, no?

Se, però, abbiamo a che fare con due (o più) personaggi che non sono poi così diversi tra loro, possiamo donare a uno dei due delle "peculiarità" in grado di distinguerlo. 

Per esempio, usa spesso il dialetto? Ha un difetto di pronuncia? Ci sono dei termini che tende a ripetere più volte? Si esprime in modo volgare? 

Nel suo celebre IT (Sperling & Kupfer, trad. Tullio Dobner, 2013), Stephen King ha differenziato Billie Denbrough, uno dei personaggi principali, grazie a un difetto di pronuncia: 


Billie sorrise a dispetto del cuore in gola. «A loro non p-p-piace il rock and r-roll», spiegò. «Questo me lo hanno r-r-regalato per il mio c-c-compleanno Anche due dischi di P-P-Pate Boone e T-T-Tommy Sands L-L-Little Richard e Screamin J-Jay Hawkins li t-t-tengo per quando non sono a c-c-casa Ma se sente la m-m-musica, penserà che siamo in c-c-camera mia. V-v-vieni.» 


Aggiungere una peculiarità simile (anche meno vistosa e/o impegnativa di quella scelta da King), inoltre, ci aiuta nei momenti in cui vogliamo ridurre l'uso dei verbi di attribuzione ("dire", "chiedere", "domandare", ecc.), dato che sia noi che il lettore abbiamo modo di capire subito a chi appartiene una data battuta di dialogo. 

Di base, però, c'è un unico modo per evitare che due o più personaggi parlino allo stesso modo: conoscerli veramente bene. 


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